Il costituzionalista Zaccaria vota sì al referendum

Di seguito l’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano da Roberto Zaccaria, già professore di diritto costituzionale all’Università di Firenze. A cura di Giacomo Salvini.


«È un piccolo passo fatto con il metodo giusto: la Costituzione si può cambiare con interventi chirurgici. E questo lo è». Roberto Zaccaria, 79 anni, già professore di diritto costituzionale all’Università di Firenze da cui sono passati tra gli altri Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Alfonso Bonafede e anche il premier Giuseppe Conte. È stato anche deputato dell’Ulivo dal 2001 al 2013 e, grazie alla sua esperienza parlamentare, oggi sostiene il “Sì” al taglio degli eletti: “Renderà più efficiente il sistema”.

Professor Zaccaria, perché voterà “sì” al referendum?

«Per tre motivi. In primo luogo perché è un intervento puntuale, circoscritto e non stravolge la Costituzione, come la riforma di Matteo Renzi del 2016. Poi perché in quasi tutte le riforme costituzionali degli ultimi anni la riduzione dei parlamentari è stata un elemento costante: nel 2006, quando ero in commissione Affari costituzionali, avevamo presentato un testo per ridurre i deputati da 630 a 500».

E il terzo motivo?

«In ordinamenti molto vicini al nostro – come la Francia – il trend è lo stesso. A Parigi dal 2018 discutono di ridurre i parlamentari del 30%: è un progetto molto simile al nostro».

Secondo alcuni costituzionalisti ci sarà un problema di rappresentanza.

«Non è così: con il “sì” alla riforma si passerebbe a un rapporto di un deputato per 150mila persone e di un senatore ogni 300mila. Non sono numeri drammatici. È una scelta, ma non la trovo in contrasto con i nostri principi costituzionali e neanche con le altre costituzioni europee. Dopodiché questo è solo un primo passo e se vogliamo migliorare la rappresentanza è necessaria una legge elettorale proporzionale, ma questa va fatta dopo e non prima della riforma: è una legge ordinaria e non costituzionale».

Quali altri vantaggi porterà la riforma?

«Dal punto di vista della funzionalità, avere commissioni significativamente meno numerose è una buona scelta. Chi è stato in Parlamento sa che nell’80-90% dei casi i parlamentari seguono le indicazioni delle segreterie di partito quindi se ce ne sono un po’ di più o un po’ di meno non cambia niente. Cosa va cambiato è la qualità della rappresentanza e il ruolo del Parlamento rispetto al governo, ma tutto questo non viene messo in pericolo dalla riforma. Non vedo nessun rischio per la democrazia e nessun rischio della rappresentanza. Credo che il sistema possa essere più efficiente se si modificano anche i regolamenti parlamentari e si limitano alcune distorsioni come le prassi delle fiducie in blocco o dei maxi-emendamenti».

Perché dire sì a questa e no a quell’altra del 2016? Anche lì c’era il taglio dei parlamentari.

«Perché gli interventi della riforma Renzi erano enormemente superiori: in quel caso si scriveva una nuova Costituzione. La Costituzione va cambiata con piccoli interventi: invece di scrivere un libro tutto insieme, se si scrive un capitolo per volta è meglio».

I sostenitori del No parlano di una “logica punitiva per i parlamentari”.

«Sono stato in Parlamento e la sua autorevolezza non dipende dal fatto che siano 600 o 430, ma dalla qualità dei suo rappresentanti».

 

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